Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

13 feb 2018

La speranza è più della vita - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1985)

"A me interessa solo l'io, l'io assoluto, il creatore. L'esser-soli con il nulla oppure con il tutto, questo dialogo forse impossibile. Può darsi sia solo un monologo, ma gli unici stati che sono importanti per me, che giustificano la vita, sono questi attimi, quando non c'è nient'altro che l'io, il tutto, il nulla, come lo si voglia considerare". 


Le risposte di Cioran all'intervista radiofonica del giornalista tedesco Paul Assall sono preziose perché nella loro brevità sintetizzano il pensiero del filosofo in modo preciso e chiaro. In particolare, il tema portante è quello della storia, dell'uomo e della loro stretta correlazione. Secondo Cioran, noi siamo condannati a non realizzarci mai; nessun miglioramento morale, nessuna evoluzione della società davanti al nostro orizzonte, solo un'implacabile discesa verso il peggio. Siamo destinati, tragicamente, a fallire, ne dobbiamo prendere atto; solo in questa presa di coscienza, nella sua intrinseca rassegnazione, possiamo permetterci di sperare di salvarci. L'uomo nasce già malato, è nella sua ontologia.
Così come le civiltà sono malate, ma non in senso patologico, bensì in senso storico. E l'Occidente ha fatto il suo corso, è stanco, non ha più alcun ruolo storico e si sta spegnendo come un malato terminale. La morte appare quindi come la soluzione al peggio. Ecco perché non c'è in Cioran nessun vero interesse per la storia contingente o per la politica, ma soprattutto per il suicidio e per la sua possibilità di scelta della morte. 
In appendice, è possibile leggere un breve e curioso scambio epistolare tra Cioran e Assall, da gustare con l'occhio dell'appassionato.

È un Cioran maturo, disincantato, in cui il nichilismo si fa puro, senza slanci emotivi, o preoccupazioni legati alla giovinezza (anche se non mancano elementi biografici che quasi sembrano trasparire un che di malinconico...). Un breve libretto sulla decadenza, in fin dei conti.

11 feb 2018

Decadenza - Michel Onfray (Saggio - 2017)

"L'annuncio nietzschiano della morte di Dio nell'Europa dell'Ottocento coincide con quello dell'inizio della fine della civiltà giudaico-cristiana. La traballante fede del XXI secolo non può più ottenere quello che, ai tempi di Guglielmo il Conquistatore, otteneva facendo costruire cattedrali e abbazie, chiese e basiliche. Le impalcature che stringono la Sagrada Familia come una protesi di contenimento simbolizzano perfettamente il punto esatto toccato dalla religione cristiana: una secca ontologica".

Il secondo volume della trilogia, annunciata dal precedente "Cosmo", è una riflessione complessiva sul movimento della Storia; un movimento che, secondo Onfray, è diametralmente opposto ai falsi schemi a prioristici di matrice hegeliana, per esempio. Un movimento vicino, invece, a quello schopenhaueriano o nietzschiano che contempla una forza irrazionale, alogica e vitale al suo fondamento. Nulla può sfuggire all'entropia, così come gli uomini e gli esseri viventi sono destinati a morire, anche le civiltà, nel tempo, subiscono la stessa sorte. Senza ottimismi, senza pessimismi, l'analisi del filosofo francese è reale, è tragica nella sua constatazione: la decadenza che porta alla fine, in un regno thanatocratico, è inevitabile. Più in particolare la sua indagine si sofferma sulla nostra civiltà, quella giudaico-cristiana, come recita l'esplicito sottotitolo: "Vita e morte della civiltà giudaico-cristiana".
Nella storia, nuove potenze si sono succedute a vecchie potenze in decadenza, e tali civiltà hanno sempre avuto dalla loro la forza, ma non quella della verità, piuttosto quella militare. E così si sono imposte, sono diventate uniche e assolute, per poi esplodere e cancellarsi dietro l'irresistibile forza del tempo. Anche la millenaria civiltà giudaico-cristiana, dopo la feroce ascesa e il monopolio assoluto della forza, sta sparendo ed è destinata a perire. In effetti, secondo Onfray, questo processo è già evidente: la nostra civiltà è in agonia, si appresta alla morte, per essere sostituita da un'altra altrettanto forza che presto o tardi sarà anch'essa destinata a scomparire; e così a seguire.
Il volume, quindi, ripercorre tutte le fasi, dalla nascita, alla prepotenza e alla decadenza, della civiltà giudaico-cristiana. Le origini mitiche su cui si è costruita sono lette nella prospettiva di un'illusione: Gesù, infatti, da cui tutta la nostra civiltà ha origine, è solo un personaggio mitologico su cui, per mezzo di sofismi e di violenza, si è costruita una nuova società destinata a regnare per millenni. Da questa evidente assurdità, dalla favola di Gesù, di un anticorpo fatto solo di parole, di allegorie e di simboli, la trasformazione in corpo, in materia concreta si ha con Paolo di Tarso, il quale opera una rivoluzione interpretativa e Gesù diventa Chiesa, spada, istituzione, politica, sangue, fuoco. Ecco allora il turno dell'oceano caotico della patristica e dei loro concili, dei loro sofismi, della loro ferocia antisemita a contribuire alla potenza di questa nuova civiltà in ascesa. E la nascente civiltà giudaico-cristiana, facendosi antisemita, si trasforma unicamente in cristiana. Nei primissimi secoli di sviluppo, in una condizioni di crisi (politica, economica, sociale, culturale), non è stato difficile per le prime sette cristiane inculcare nelle deboli menti di uomini incolti le loro strambe idee mitologiche. Fino a quando, Costantino ha usato la nuova religione come strumento per regnare...
Quando, però, sulle rive del Mediterraneo si formerà un'altra civiltà, quella islamica, violenta anch'essa, vendicativa anch'essa, delirante anch'essa, allora lo scontro risulterà inevitabile. E sarà feroce, come la Scolastica con le sue insensate sofisticherie, i santi ideologi delle Crociate, l'Inquisizione, i processi agli animali, alle streghe. Saranno l'Umanesimo e la riscoperta di Epicuro e Lucrezio, la scoperta delle Americhe e di altre civiltà, a far rinascere una filosofia nuova, a spiegare il mondo che ci circonda usando le armi della ragione e il metodo scientifico. Saranno le prime cannonate a fare scricchiolare la vecchia civiltà. Ecco dunque che Dio si eclissa, e il suo intervento nelle spiegazioni delle cose naturali, lentamente, diventa inutile. Mito che però è presto sostituito. La Rivoluzione francese e i suoi massacri dettati dalla penna del filosofo Rousseau, infatti, prendono il posto del cristianesimo con un'altra nuova e altrettanto pericolosa religione, quella dello Stato (etico). Idea che presto si incarna pienamente nel pensiero hegeliano il quale recupera Dio e ne fa il motore della storia (con tutti i suoi orrori razionali...). E da Hegel il passo verso Marx è immediato, così come quello verso il totalitarismo comunista. Entriamo dunque nel Novecento. Il fascismo, ovviamente, si inserisce dentro questo sentiero, di orrori e massacri in nome dello Stato, recuperando persino il cristianesimo che durante la rivoluzione francese e quella bolscevica era stato sostituito con la religione dell'ateismo. Poi Franco, naturalmente, Hitler, Pétain, il Concilio Vaticano II, il '68, lo strutturalismo, tutti frammenti che segnano l'agonia della civiltà.
Oggi l'Islam e la teocrazia imposta in alcune regioni del mondo non provocano nessuna decisa reazione nel mondo giudaico-cristiano, la nuova società meccanizzata e robotizzata che si sta delineando offre nuovi spunti di riflessione sul futuro con cui presto avremo a che fare; in ogni caso, inevitabilmente, è il nulla il nostro destino.

Ci troviamo di fronte a un volume di quasi 700 pagine che condensa duemila anni di storia; ricco, polemico, tragico. Qui Onfray ci suggerisce di leggere la storia, quella umana, quella mossa dal risentimento, partendo dalle sovrastrutture più che dalla struttura economica e in quest'ottica il fiato della nostra civiltà sembra davvero corto. Per riflettere sui grandi sistemi, per cercare di capire da dove nasciamo, chi siamo e quali sfide dovremo affrontare...

19 gen 2018

La pietra lunare - Tommaso Landolfi (Romanzo - 1939)

"Ma al giovane un solo balenio dei suoi occhi, ombrati da lunghe ciglia, è bastato; i capelli che ella pettina son corti lisci e un po' gonfi, il sommo delle sue spalle e del suo seno, le sue braccia nude, abbagliano fra l'ambra come latte in una coppa di topazio, come alabastro al di qua d'un fuoco, come perle fra l'oro, come neve fra campi dorati d'autunno... in una parola: Gurù!"

Con uno stile prezioso e articolato, il primo romanzo di Landolfi è onirico, vulcanico, surreale, magico, cosmogonico. Ci troviamo di fronte a un parallelismo ben definito, a un'antitetica duplicità: da un lato la monotonia della vita di paese, dall'altro la pulsionalità di un mondo notturno e lunare che solo in pochi privilegiati possono vedere. E sin dalla prima scena, di introduzione al contesto e ai personaggi principali, questo gioco di specchi è presente. 
Il racconto, infatti, inizia con una scena grottesca, quasi fastidiosa; per le vacanze estive, Giovancarlo, un giovane studente di lettere, rientra al paese di nascita e fa visita agli zii e ai cugini. I dialoghi tra loro, i soliti convenevoli, si spengono rapidamente, quasi a sottolineare l'inutilità degli eventi raccontati. Poi, però, da una finestra che si affaccia su ombre appena illuminate dalla luna, due occhi selvaggi fissano l'attonito ragazzo. È Gurù, una bella ragazza, amica degli zii, dalle linee aggraziate, con la pelle delicata, ben vestita, ma che alla fine della gonna mostra due zampe di capra! Dopo la meraviglia e il privilegio della visione di Giovancarlo (unico a notare il mostruoso dettaglio), la ragazza invita il giovane, timido e impacciato, a fare una passeggiata con lei sotto la luna piena, fino all'alba, quando i due si separano, e il mondo si sveglia.
Il giorno seguente, il ricordo della notte di plenilunio, sembra al giovane ancora inesperto delle cose della vita e dell'amore solo un sogno. Fino a quando, ascoltando i pettegolezzi dei paesani, scopre che Gurù ha una storia alle spalle di racconti sulle sue stravaganti abitudini e di emarginazione. Così, incuriosito e affascinato, con un banalissimo pretesto, la invita a casa sua dove capisce che in fondo è innamorato di lei e lei è innamorata di lui. Inizia una storia d'amore tenera, sincera, ma dove il quotidiano è monotono, solito, quasi insignificante. Una notte, però, Gurù sente un bisogno estremo di andare per i boschi sotto la luce di una luna quasi piena. Porta con sé il giovane amante e si svela allora negli occhi di quest'ultimo un mondo collaterale, un altro reale, vero anch'esso, ma non più razionale, bensì magico e misterioso. Qui Gurù ritorna ad avere le zampe di capra che il giovane aveva notato al loro primo incontro; i due incontrano altri personaggi, strani nei modi, violenti anche, impulsivi. È il mondo parallelo della luna e della notte, è il mondo dei sogni e della magia, è il mondo dell'inconscio e della pulsione. La realtà quotidiana, quella della vita di provincia, con i suoi ritmi e i suoi pettegolezzi, si confronta e si trasforma senza una vera e propria frattura con la realtà magica e onirica che si trova sotto la luce lunare.
È evidente che siamo di fronte al racconto di una metamorfosi, dalla luce alle ombre, che si manifesta in Gurù e nello stesso Giovancarlo; anche se il giovane, al termine di questa nuova esperienza notturna, decide di ritornare alla ragione, al sole, alla realtà omologata e quindi a lasciare il paese e Gurù, e ritornare a dare gli esami universitari...

8 gen 2018

Classifica: i più belli e il più deludente del 2017

Un anno, il 2017, che potrei definire di riequilibrio. Dopo la rinascita dell'anno precedente, infatti, molti aspetti della mia vita hanno trovato una certa stabilità e simmetria e, adesso, vedo con qualche tinta di verde e di blu quella strana quanto misteriosa vita pennellata prevalentemente di nero. Ricorderò i mesi passati ricchi di nuove esperienze, per i viaggi, per gli spazi più ampi conquistati, ma soprattutto per la possibilità di condivisione che mi hanno permesso. È vero, ho letto pochissimo, ho trovato meno spazio per la lettura, ma l'anno appena passato, credo, ha preparato il terreno per tornare ad avere maggiore armonia e serenità; lo scopriremo tra un anno...  Ma sto divagando!
Qui di seguito i tre libri più belli del 2017:


Soriano mi ha impressionato per l'aggressiva lucidità con cui vede il mondo e la stupidità dell'uomo; Proust ormai ci ha abituato a vette altissime e irraggiungibili; Roth invece mi ha sorpreso per l'apparente semplicità della sua scrittura e per le riflessioni su ciò che sembra essere la normalità di una vita oppressa dall'ipocrisia.
Tra queste letture, non posso non menzionare i libri del virologo Burioni, che con uno stile semplice e alla portata di tutti cercano di illuminare e quindi smascherare le pretese di scientificità di alcune pericolosissime correnti oscurantiste che da anni hanno sempre più visibilità. E, aggiungo, il curiosissimo libro di Manganelli, autore che sto riscoprendo.
Devo dire, per fortuna, che libri particolarmente brutti non ne ho letti, quindi, per quest'anno, non mi sento di condannare alcuna lettura.

30 dic 2017

La fuggitiva - Marcel Proust (Romanzo - 1925)

"Non bastava chiudere le tende, io cercavo di chiudere gli occhi e le orecchie della mia memoria per non rivedere quella striscia arancione del tramonto, per non udire quegli invisibili uccelli che si rispondevano da un albero a un altro tutt'intorno a me che abbracciavo, allora, così teneramente la creatura che ora era morta. Tentavo di evitare quelle sensazioni suscitate, la sera, dall'umidità delle foglie, dalla salita e la discesa delle strade a dorso d'asino. Ma già queste sensazioni mi avevano riafferrato, ricondotto abbastanza lontano dal momento presente affinché l'idea che Albertine era morta avesse tutto l'agio e lo slancio necessario per colpirmi di nuovo".

Nel penultimo capitolo di quella immensa cattedrale che è la Recherche, i principali temi trattati sono quelli della fuga, della conseguente sofferenza amorosa e dell'oblio come mezzo per continuare a sopravvivere. Albertine, infatti, è scappata da Marcel e dalla sua opprimente gelosia. Dopo una fugace e irrealistica fase di indifferenza, in un raffinato gioco di mal celate finzioni psicologiche, le reazioni angosciose del narratore alla fuga del suo ossessionante amore sono molteplici. Fino a esplodere in un nuovo tormento di possesso e a riprovare di convincerla a ritornare da lui, anche con l'intermediazione velleitaria di Saint-Loup. Poi, però, il dramma: Albertine, che desiderava tornare da Marcel, cade da cavallo e muore. Ecco il dolore dunque, un dolore che intorpidisce il protagonista, che gli spacca l’anima, che lo porta a non vedere la realtà per quella che è, che lo spinge a non riconoscere più la vera Albertine e a minimizzare ogni tradimento, persino di fronte al ricordo delle sue evidenti trasgressioni (per altro confermate da Andrée, amica e amante, già fanciulla in fiore, dei due). 
Eppure, con il tempo, i ricordi, i dettagli, gli attimi della loro storia sono ripercorsi sotto la luce del dolore e via via che questo è analizzato, lentamente, il processo interiore del narratore spegne quella luce e quelle illusioni, fino ad arrivare all'indifferenza. Ecco dunque il tempo, il suo scorrere che porta all'oblio, alla distruzione, all'attenuazione del dolore. È un percorso interiore di riflessione sul passato, letto sotto mille aspetti diversi, sotto mille prospettive e occhi diversi. Il narratore vi trova luci, soluzioni, illusioni, ma Albertine, nella sua vera essenza gli sfugge... In questa minuziosa cronaca di guarigione, Albertine muore dentro l'animo di Marcel, adagio, ma inesorabilmente. Tutto ciò trova conferma quando il narratore incontra la bionda Gilberte Swann, l'amore adolescenziale che tanto lo aveva fatto soffrire. Il confronto allora tra le due storie è inevitabile, e il loro parallelismo è evidente nell’analisi del dolore; quello per la rottura con Gilberte è infatti solo un lontanissimo ricordo, così come quello per Albertine ormai è un incubo svanito.
Marcel allora decide, finalmente, di visitare insieme alla madre la tanto agognata Venezia. Un viaggio che rappresenta, in fondo, la fine della sua giovinezza e il distacco dalla madre. E ciò che gli si svela tra i vicoli labirintici di una città incantata sono nuove scoperte involontarie, le più belle: Albertine è definitivamente dimenticata. Anche il senso di colpa maturato, mentre visita il Battistero, sparisce, e si riconcilia con se stesso. Ma, durante il soggiorno, come un fulmine inaspettato, arriva un telegramma: Albertine è viva e vuole incontrarlo! Eppure, nell'indifferenza raggiunta, Marcel non si interessa dell'invito, e solo mentre deve lasciare Venezia, si accorge dell'errore: il telegramma, infatti, è di Gilberte. Quest’ultima si sposa con Saint-Loup, e di ritorno in treno Marcel ripercorre la storia del suo amore per la figlia di Odette e Swann. Poi la scoperta dell’omosessualità di Saint-Loup, come suo zio, il barone Charlus. Nelle ultime pagine si ritorna dunque al (noioso) pettegolezzo, insomma un ritorno alla normalità che conferma ancora una volta la guarigione definitiva del narratore.
Un capitolo esaltante, una premessa per la conclusione di una lunga ricerca di un tempo che occorre ritrovare…

16 dic 2017

La congiura dei somari - Roberto Burioni (Saggio - 2017)

"Il nostro intuito non è sufficiente a stabilire un rapporto di causa-effetto. Per stabilirlo ci vuole la scienza, con i suoi numeri, il suo metodo, il suo rigore e soprattutto la sua statistica: se il vaccino fosse la causa o in qualche modo un elemento favorente l'autismo, questo si verificherebbe con maggiore frequenza tra i bambini vaccinati rispetto a quelli che non lo sono. Così non è: l'autismo ha frequenza identica tra i bambini vaccinati e non, anche in soggetti particolarmente a rischio come i fratelli dei bambini autistici. Insomma, la nostra mente ci ha fatto sopravvivere in ambienti ostili come erano quelli ai tempi delle caverne e funziona magnificamente, però non è perfetta. Talvolta cede alla lusinga del raglio del Somaro e si sbaglia: dobbiamo saperlo e, per trarre alcune conclusioni, dobbiamo affidarci alla scienza e ai suoi numeri che ci salvano da pericolosissimi errori, quali usare un condizionatore con la finestra aperta o - molto peggio - non vaccinare nostro figlio immaginando rischi che non esistono". 

Se una volta le tesi più astruse erano discusse solo al bar o in piazza, oggi, grazie a internet, chiunque può scrivere articoli dalle sembianze scientifiche, può richiamare quello studio o quell'altro, senza tuttavia passare dalla verifica della comunità scientifica e così, pericolosamente, quegli articoli trovano spazio, si diffondono velocemente, danno credito alla fantasia, fino a raggiungere livelli insopportabili. Siamo nell'era della post-verità e la lotta tra la verità riconoscibile e la menzogna altrettanto dimostrabile si fa con i libri, con le competenze, con le verifiche, con il metodo scientifico.
Il libro del virologo Burioni, dal titolo provocatorio e dall'emblematico sottotitolo ("perché la scienza non può essere democratica"), è ferocemente contro l'ignoranza spacciata per verità così diffusa oggi. Quanti pur non essendo esperti del settore si preservano di saperne di più degli esperti? In quanti sono convinti di possedere la certezza dopo aver letto un articolo su internet, pur senza averlo verificato con metodo? In quanti si sono confrontati con un esperto che invece ha sudato e sofferto prima di arrivare a una conclusione? Il confronto tra gli esperti del settore e chi non lo è non dovrebbe essere nemmeno pensato come possibile, in un paese civile, eppure Burioni evidenzia come questo spesso accada in Italia. È vero, le conclusioni in scienza non sono mai definitive (e forse è questo che destabilizza della scienza...), ma sono pur sempre piccoli frammenti di verità, e l'alternativa oscurantista è sempre fortemente pericolosa.
Nel libro (quasi un'appendice al precedente sui vaccini), in cui sono numerosi gli esempi di posizioni antiscientifiche che hanno causato morte e dolore, la riflessione sulla scienza è semplice; si sottolinea la sua evoluzione, il suo essere sempre aggiornata alla luce delle nuove scoperte e dei nuovi risultati dimostrati con quel linguaggio della natura che è la matematica. È insomma un testo contro tutte quelle pseudoscienze (astrologia, naturopatia, omeopatia, contro tutte le discipline olistiche tanto di moda oggi che fondano i loro principi sull'indimostrabile o sul falso - consiglio sempre di leggere Popper...) che, alla prova dei fatti, ovvero nel confronto con la verifica sperimentale, falliscono sempre miseramente. L'approccio magico ha avuto il suo spazio per millenni, non ha ottenuto alcun risultato, se non l'abisso; non diamo credito a questo rischioso tentativo di risurrezione!

8 dic 2017

Discorso dell'ombra e dello stemma - Giorgio Manganelli (Saggio - 1982)

"La parola parla, in primo luogo, al proprio doppio; e dal doppio vengono parole alla parola, e ciascuna di queste parole ha ombra e doppio. Dunque la parola tende ad una assenza di limiti, ad una infinità, una disponibilità che non può avere conclusione; e di fatto non ha alcuna possibile conclusione; si disegna come un itinerario che non conduce in alcun posto, e la sua assenza di meta fa parte della sua definizione. La parola, parlando al proprio doppio, occupa uno spazio mentale, disegna un disegno, e dunque si appropria di una dimensione".

Che valore ha la letteratura? Davvero deve interpretare il mondo? Deve esprimere un'idea? O è solo menzogna, delirio e falsa costruzione? La paradossale riflessione manganelliana si propone di dimostrare quanto la parola scritta e letta sia, in fin dei conti, solo un ulteriore strumento per mentire. Inizia considerando il tempo in cui la letteratura non c'era, mentre, però, il mondo e gli uomini vivevano comunque nel loro falso ordine. Poi la nascita di questo mostro, della parola scritta, e quindi la nascita di scrittori, lettori, recensori, redattori di epitaffi, editori, insomma tutti coloro che hanno un rapporto diretto con i libri, tutti della stessa stirpe di dementi, incapaci di accorgersi della loro inutile falsità… Ecco perché lo scritto recita un sottotitolo tanto provocatorio quanto illuminante: "del lettore e dello scrittore considerati come dementi". In questa prospettiva, il mondo, l'universo tutto è menzogna, così come gli uomini che ne parlano e soprattutto che ne scrivono. Grazie alla letteratura impariamo a mentire. E il bisogno di scrivere e di leggere è malattia, necessario sì, ma pur sempre malattia; ha come unico scopo quello di disorientare e angosciare, di cogliere il principio doppio e antitetico delle cose, la coincidenza degli opposti, in cui tutto e nulla stanno a braccetto. La parola in sé è duplice: è tenebra e luce insieme. E non è un caso che Manganelli citi più volte i miti di Dioniso ossimorico e Apollo luminoso, o Narciso indifferente ed Eco disgraziata. Lo stemma e l'ombra sono la stessa parola, luce e ombra, parole e silenzi diventano sinonimi; ogni voce è bilanciata dal suo opposto e tutto si regge in un vorticoso e abissale fluire.
I trentuno brevi capitoli (con titoli che seguono la numerazione ma ciascuno con un carattere grafico diverso) formano un mostro multiforme. Sono tante voci dello stesso fool shakespeariano, dello stesso giullare impertinente che si diverte a prenderci in giro (come suggerisce lo stesso autore nell'autorisvolto al termine dei capitoli; quasi una meta-metaletteratura...).

Voluttuoso e dissacrante, con uno stile prezioso, fatto di continue allitterazioni e di lunghi elenchi, che tracima di barocchismo, è un libro in cui tutto scorre in modo provocatorio, antitetico, ipotetico, avversativo. È un libro letterario, metaletterario, ricco di teoria e di retorica, non facile, ma ingegnoso e delirante.

1 dic 2017

Lamento di Portnoy - Philip Roth (Romanzo - 1967)

"Ma vede, il sale in zucca è solo un altro nome per definire le mie paure! Il sale in zucca è né più né meno l'eredità di terrore che mi porto appresso dal mio ridicolo passato! Quel tiranno, il mio superego, dovrebbe essere impiccato, quel figlio di puttana, appeso fino alla morte per i suoi fottuti stivali da truppe d'assalto!"

Alexander Portnoy è un uomo di cultura e di successo sociale; è responsabile di un dipartimento dell'amministrazione di New York. Eppure non riesce a trovare una stabilità emotiva, un'ordinaria normalità, che lo possa portare a definirsi equilibrato alla luce della coscienza. Cerca allora aiuto nello psicoanalista dottor Spielvogel, al quale vomita, in una confessione vera e allo stesso tempo amara, tutte le sue idiosincrasie e le sue nevrosi. Si racconta nelle perversioni più intime e sembra che le sue ossessioni, il suo essere erotomane in particolare, siano da attribuire all'educazione.
Figlio di una comunissima famiglia americana ebrea, Portnoy, infatti, vive un'infanzia dedita alla perfezione e all'ordine. Il ricordo della famiglia e della madre, eccessiva, invadente, ebrea, conduce il narratore-protagonista a riflettere sui feroci sensi di colpa per ogni azione non perfetta (ovvero non convenzionale) che compie. Ogni mossa che si allontana seppur minimamente dalle consuetudini educative porta inevitabilmente al senso di colpa e alla frustrazione, e da qui i perturbanti rimorsi per il tempo passato nascosto a masturbarsi, il desiderio frenetico del sesso, la spasmodica ricerca di donne da penetrare per scovare la loro essenza di americane cristiane. La pressione dei genitori è insostenibile, l'assenza di libertà e i divieti che una famiglia bigotta può imporre trasformano la materia del giovane intelligente figlio in un intelligente mostro adulto. La rabbia che cova dentro, che sfiata solo parzialmente in tutte le relazioni sessuali solo per ritardare il momento della deflagrazione finale, in un modo o nell'altro si traduce in scompensi emozionali, in egoismi, in instabilità, in sensi di colpa, in nevrosi, in vergogne che Portnoy si porta dietro dall'infanzia.
Nel procedere del racconto, i piani temporali si mescolano, i ricordi si sovrappongono e il monologo diventa quasi inesauribile flusso di coscienza, dove un racconto porta a un altro, un dettaglio porta a una digressione (non è un caso che Kafka e i suoi personaggi siano citati più volte).
In questo gioco di rimandi, sono frequenti le storie sulla Scimmia, la ragazza erotomane anche lei, con la quale Portnoy ha avuto l'avventura più lunga e più ricca. Ma la Scimmia, sì erotomane, sì esibizionista, sì contraltare della madre, è alla ricerca di un amore della vita e per la vita, di una normalità che il protagonista non può offrirle. Presto, inevitabilmente, quando il gioco appassionato del sesso si esaurisce, anche lei sarà abbandonata, come tutte le altre donne. 
Portnoy è un uomo rinchiuso nella caverna scavata con i picconi dell'educazione e della società, che però sente il bisogno di uscirne, vivo o morto che sia, ma pur sempre di uscirne, anche tramite una seduta psicanalitica. In pagine spesso esilaranti, il racconto sottolinea come un'educazione che vuole formare il bene apparente, con l'ossessione del bene apparente, possa portare o alla ribellione che guarisce o alla deviazione mentale che stordisce.
Un libro che scorre fluido, un fiume in piena di ricordi, di rabbia, di sensi di colpa. Un intelligente manuale, romanzato, di pedagogia.

11 ott 2017

Il Ballonaio - Ermanno Mariani (Saggio - 1991)

"In particolare in Valtrebbia il comando nazifascista impegnò un battaglione italiano di alpini che occupò Perino, verso la metà di luglio, ma le azioni dei partigiani che scendevano da Bobbio disturbavano continuamente le operazioni. E fu in questo scenario, tutt'altro che tranquillo, che il Ballonaio portò a segno tre azioni fra le più clamorose compiute dai partigiani piacentini: il rapimento del federale Maccagni, il colpo degli ottocento fucili e quello della caserma Sant'Anna di Piacenza".

Giovanni Lazzetti, detto il Ballonaio (perché da bambino vendeva palloncini al banco dei giocattoli del padre nel mercato di Castel San Giovanni), è una figura mitica nel panorama partigiano piacentino, e non solo. E nonostante le ombre, frutto di misteri, di intrighi e finanche di invidie tra compagni, il suo mito ancora oggi sopravvive. Il volume, che raccoglie documenti e testimonianze orali, cerca di mostrare tali ombre (ma anche e soprattutto le luci) raccontando le avventure e le disavventure di un uomo dal carattere eroico e megalomane allo stesso tempo.
Turbolento capo di una banda di ladri di frutta, Giovanni vive un'infanzia scanzonata che mostra già il suo spirito avventuriero. Arruolato in Marina negli anni della guerra, fino all'8 settembre il Ballonaio dimostra il suo carattere poco incline agli ordini e alla disciplina, e non poteva essere altrimenti. Dopo quella fatidica data, il giovane Lazzetti fa parte della banda Piccoli, uno dei primi nuclei partigiani piacentini e, contemporaneamente, si arruola nella fascista Compagnia della Morte (al solo scopo di beffare i repubblichini). Il corso degli eventi lo porta tra i ranghi di Giustizia e Libertà dove sarà protagonista di esaltanti e spericolate azioni come il rapimento del federale Maccagni, il colpo fragoroso degli ottocento fucili e subito dopo quello fortunoso della caserma Sant'Anna di Piacenza, azioni che gli permisero di diventare probabilmente vicecomandante e quindi il vice di Fausto Cossu. Il volume continua a ricordare le successive e innumerevoli imprese del Ballonaio: quindi leggiamo dell'agguato al convoglio di Castelvetro in cui si mosse insieme al Valoroso; la costituzione della volante autonoma Audaci Ballonaio, prima e unica volante autonoma all'interno di Giustizia e Libertà; la beffa giocata ai nazifascisti nel novembre del '44, forse la più importante della storia della Resistenza (che mise in ridicolo addirittura il maresciallo Graziani e il generale delle SS Wolff, ma che costò a Lazzetti l'accusa di tradimento da parte dei suoi stessi amici); il grande rastrellamento che annientò l'intera Giustizia e Libertà; il tradimento da parte di una spia, la cattura, il processo farsa e la fucilazione alla schiena.
Durante la lettura, soprattutto quando si giunge alla morte del Ballonaio e ai successivi commenti da parte dei suoi amici, non possiamo non vederlo all'interno di un dualismo in cui spavalderia ed esibizionismo si mescolano a eroismo e moralità. Eppure in questa esplosiva miscela umana occorre sempre tenere a mente il fine ultimo delle missioni di Giovanni Lazzetti: la ricerca della libertà.
Un ricordo dunque, su un uomo di avventura, vanitoso quasi al punto di far storcere il naso; un racconto che invita alla riflessione su un periodo, quello della Resistenza, in particolare quella piacentina, che non dovrebbe essere dimenticato né sottovalutato.

18 set 2017

Sicilia. La fabbrica del mito - Matteo Collura (Saggio - 2013)

"Esseri umani disperati che l'istinto di sopravvivenza nel tempo ha spinto a livelli di adattabilità altrove impensabili; maschere che di volta in volta assumono le sembianze di feroci mafiosi o, al contrario, di docili esseri umani dalle sagge parole e dall'ospitalità tanto generosa da apparire servile. Ed è in questa duttilissima adattabilità, in queste verosimiglianti maschere che si annida la mentalità mafiosa. Quel che si vuol dire, insomma, è che la mafia si può affrontare e persino vincere, mentre è assai più difficile liberarsi di quella che abbiamo definito mentalità mafiosa".

In bilico tra le notizie di cronaca e di mafia (una delle protagoniste del libro) e la storia e la bellezza di una terra estrema, in questo volume si cerca di raccontare i grandi miti che sono nati dalla fucina di paradossi che è, appunto, la Sicilia. Così il mito di Persefone (unico mito classico raccontato, inteso, però, come storia di una fuitina, che ricompare anche nel ricordo della storia d'amore tra Elio Vittorini e Rosa, sorella di Salvatore Quasimodo), la misteriosa morte di Vincenzo Bellini, la storia del bandito Giuliano, i racconti di morti (come, per esempio, quella di Ippolito Nievo), i sequestri mafiosi, la vicenda di Cagliostro o del satanista Crowley, la misteriosa fine di Ettore Majorana e le stravaganze del principe di Palagonia diventano nuove favole, amare, terribili, suadenti allo stesso tempo, ma pur sempre storie che si idealizzano e si vestono con i panni traslucidi del fantastico. 
Un libro colto, ricco di citazioni, ma anche di rimandi a fatti o relazioni che, apparentemente, possono sembrare distanti tra loro. A tratti una raccolta di storie di fiele, che della bellezza di alcuni miti lascia trapelare il disincanto dell'essere siciliano oggi. Leggende che, infatti, condizionano un'isola che continua a ritenersi l'ombelico del mondo.

Terra di contraddizioni e di eccessi, la Sicilia di Collura è, e non poteva essere altrimenti, personale e di memoria. Con lo stile di chi conosce la letteratura, specie quella siciliana, lo scrittore, in qualche modo, parla di sé. E si avverte, forte, la nostalgia verso la sua terra natia e di infanzia, nonostante tutto...

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