Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

8 dic 2017

Discorso dell'ombra e dello stemma - Giorgio Manganelli (Saggio - 1982)

"La parola parla, in primo luogo, al proprio doppio; e dal doppio vengono parole alla parola, e ciascuna di queste parole ha ombra e doppio. Dunque la parola tende ad una assenza di limiti, ad una infinità, una disponibilità che non può avere conclusione; e di fatto non ha alcuna possibile conclusione; si disegna come un itinerario che non conduce in alcun posto, e la sua assenza di meta fa parte della sua definizione. La parola, parlando al proprio doppio, occupa uno spazio mentale, disegna un disegno, e dunque si appropria di una dimensione".

Che valore ha la letteratura? Davvero deve interpretare il mondo? Deve esprimere un'idea? O è solo menzogna, delirio e falsa costruzione? La paradossale riflessione manganelliana si propone di dimostrare quanto la parola scritta e letta sia, in fin dei conti, solo un ulteriore strumento per mentire. Inizia considerando il tempo in cui la letteratura non c'era, mentre, però, il mondo e gli uomini vivevano comunque nel loro falso ordine. Poi la nascita di questo mostro, della parola scritta, e quindi la nascita di scrittori, lettori, recensori, redattori di epitaffi, editori, insomma tutti coloro che hanno un rapporto diretto con i libri, tutti della stessa stirpe di dementi, incapaci di accorgersi della loro inutile falsità… Ecco perché lo scritto recita un sottotitolo tanto provocatorio quanto illuminante: "del lettore e dello scrittore considerati come dementi". In questa prospettiva, il mondo, l'universo tutto è menzogna, così come gli uomini che ne parlano e soprattutto che ne scrivono. Grazie alla letteratura impariamo a mentire. E il bisogno di scrivere e di leggere è malattia, necessario sì, ma pur sempre malattia; ha come unico scopo quello di disorientare e angosciare, di cogliere il principio doppio e antitetico delle cose, la coincidenza degli opposti, in cui tutto e nulla stanno a braccetto. La parola in sé è duplice: è tenebra e luce insieme. E non è un caso che Manganelli citi più volte i miti di Dioniso ossimorico e Apollo luminoso, o Narciso indifferente ed Eco disgraziata. Lo stemma e l'ombra sono la stessa parola, luce e ombra, parole e silenzi diventano sinonimi; ogni voce è bilanciata dal suo opposto e tutto si regge in un vorticoso e abissale fluire.
I trentuno brevi capitoli (con titoli che seguono la numerazione ma ciascuno con un carattere grafico diverso) formano un mostro multiforme. Sono tante voci dello stesso fool shakespeariano, dello stesso giullare impertinente che si diverte a prenderci in giro (come suggerisce lo stesso autore nell'autorisvolto al termine dei capitoli; quasi una meta-metaletteratura...).

Voluttuoso e dissacrante, con uno stile prezioso, fatto di continue allitterazioni e di lunghi elenchi, che tracima di barocchismo, è un libro in cui tutto scorre in modo provocatorio, antitetico, ipotetico, avversativo. È un libro letterario, metaletterario, ricco di teoria e di retorica, non facile, ma ingegnoso e delirante.

1 dic 2017

Lamento di Portnoy - Philip Roth (Romanzo - 1967)

"Ma vede, il sale in zucca è solo un altro nome per definire le mie paure! Il sale in zucca è né più né meno l'eredità di terrore che mi porto appresso dal mio ridicolo passato! Quel tiranno, il mio superego, dovrebbe essere impiccato, quel figlio di puttana, appeso fino alla morte per i suoi fottuti stivali da truppe d'assalto!"

Alexander Portnoy è un uomo di cultura e di successo sociale; è responsabile di un dipartimento dell'amministrazione di New York. Eppure non riesce a trovare una stabilità emotiva, un'ordinaria normalità, che lo possa portare a definirsi equilibrato alla luce della coscienza. Cerca allora aiuto nello psicoanalista dottor Spielvogel, al quale vomita, in una confessione vera e allo stesso tempo amara, tutte le sue idiosincrasie e le sue nevrosi. Si racconta nelle perversioni più intime e sembra che le sue ossessioni, il suo essere erotomane in particolare, siano da attribuire all'educazione.
Figlio di una comunissima famiglia americana ebrea, Portnoy, infatti, vive un'infanzia dedita alla perfezione e all'ordine. Il ricordo della famiglia e della madre, eccessiva, invadente, ebrea, conduce il narratore-protagonista a riflettere sui feroci sensi di colpa per ogni azione non perfetta (ovvero non convenzionale) che compie. Ogni mossa che si allontana seppur minimamente dalle consuetudini educative porta inevitabilmente al senso di colpa e alla frustrazione, e da qui i perturbanti rimorsi per il tempo passato nascosto a masturbarsi, il desiderio frenetico del sesso, la spasmodica ricerca di donne da penetrare per scovare la loro essenza di americane cristiane. La pressione dei genitori è insostenibile, l'assenza di libertà e i divieti che una famiglia bigotta può imporre trasformano la materia del giovane intelligente figlio in un intelligente mostro adulto. La rabbia che cova dentro, che sfiata solo parzialmente in tutte le relazioni sessuali solo per ritardare il momento della deflagrazione finale, in un modo o nell'altro si traduce in scompensi emozionali, in egoismi, in instabilità, in sensi di colpa, in nevrosi, in vergogne che Portnoy si porta dietro dall'infanzia.
Nel procedere del racconto, i piani temporali si mescolano, i ricordi si sovrappongono e il monologo diventa quasi inesauribile flusso di coscienza, dove un racconto porta a un altro, un dettaglio porta a una digressione (non è un caso che Kafka e i suoi personaggi siano citati più volte).
In questo gioco di rimandi, sono frequenti le storie sulla Scimmia, la ragazza erotomane anche lei, con la quale Portnoy ha avuto l'avventura più lunga e più ricca. Ma la Scimmia, sì erotomane, sì esibizionista, sì contraltare della madre, è alla ricerca di un amore della vita e per la vita, di una normalità che il protagonista non può offrirle. Presto, inevitabilmente, quando il gioco appassionato del sesso si esaurisce, anche lei sarà abbandonata, come tutte le altre donne. 
Portnoy è un uomo rinchiuso nella caverna scavata con i picconi dell'educazione e della società, che però sente il bisogno di uscirne, vivo o morto che sia, ma pur sempre di uscirne, anche tramite una seduta psicanalitica. In pagine spesso esilaranti, il racconto sottolinea come un'educazione che vuole formare il bene apparente, con l'ossessione del bene apparente, possa portare o alla ribellione che guarisce o alla deviazione mentale che stordisce.
Un libro che scorre fluido, un fiume in piena di ricordi, di rabbia, di sensi di colpa. Un intelligente manuale, romanzato, di pedagogia.

11 ott 2017

Il Ballonaio - Ermanno Mariani (Saggio - 1991)

"In particolare in Valtrebbia il comando nazifascista impegnò un battaglione italiano di alpini che occupò Perino, verso la metà di luglio, ma le azioni dei partigiani che scendevano da Bobbio disturbavano continuamente le operazioni. E fu in questo scenario, tutt'altro che tranquillo, che il Ballonaio portò a segno tre azioni fra le più clamorose compiute dai partigiani piacentini: il rapimento del federale Maccagni, il colpo degli ottocento fucili e quello della caserma Sant'Anna di Piacenza".

Giovanni Lazzetti, detto il Ballonaio (perché da bambino vendeva palloncini al banco dei giocattoli del padre nel mercato di Castel San Giovanni), è una figura mitica nel panorama partigiano piacentino, e non solo. E nonostante le ombre, frutto di misteri, di intrighi e finanche di invidie tra compagni, il suo mito ancora oggi sopravvive. Il volume, che raccoglie documenti e testimonianze orali, cerca di mostrare tali ombre (ma anche e soprattutto le luci) raccontando le avventure e le disavventure di un uomo dal carattere eroico e megalomane allo stesso tempo.
Turbolento capo di una banda di ladri di frutta, Giovanni vive un'infanzia scanzonata che mostra già il suo spirito avventuriero. Arruolato in Marina negli anni della guerra, fino all'8 settembre il Ballonaio dimostra il suo carattere poco incline agli ordini e alla disciplina, e non poteva essere altrimenti. Dopo quella fatidica data, il giovane Lazzetti fa parte della banda Piccoli, uno dei primi nuclei partigiani piacentini e, contemporaneamente, si arruola nella fascista Compagnia della Morte (al solo scopo di beffare i repubblichini). Il corso degli eventi lo porta tra i ranghi di Giustizia e Libertà dove sarà protagonista di esaltanti e spericolate azioni come il rapimento del federale Maccagni, il colpo fragoroso degli ottocento fucili e subito dopo quello fortunoso della caserma Sant'Anna di Piacenza, azioni che gli permisero di diventare probabilmente vicecomandante e quindi il vice di Fausto Cossu. Il volume continua a ricordare le successive e innumerevoli imprese del Ballonaio: quindi leggiamo dell'agguato al convoglio di Castelvetro in cui si mosse insieme al Valoroso (Emilio Canzi, l'altro eroe partigiano mito assoluto degli antifascisti piacentini); la costituzione della volante autonoma Audaci Ballonaio, prima e unica volante autonoma all'interno di Giustizia e Libertà; la beffa giocata ai nazifascisti nel novembre del '44, forse la più importante della storia della Resistenza (che mise in ridicolo addirittura il maresciallo Graziani e il generale delle SS Wolff, ma che costò a Lazzetti l'accusa di tradimento da parte dei suoi stessi amici); il grande rastrellamento che annientò l'intera Giustizia e Libertà; il tradimento da parte di una spia, la cattura, il processo farsa e la fucilazione alla schiena.
Durante la lettura, soprattutto quando si giunge alla morte del Ballonaio e ai successivi commenti da parte dei suoi amici, non possiamo non vederlo all'interno di un dualismo in cui spavalderia ed esibizionismo si mescolano a eroismo e moralità. Eppure in questa esplosiva miscela umana occorre sempre tenere a mente il fine ultimo delle missioni di Giovanni Lazzetti: la ricerca della libertà.
Un ricordo dunque, su un uomo di avventura, vanitoso quasi al punto di far storcere il naso; un racconto che invita alla riflessione su un periodo, quello della Resistenza, in particolare quella piacentina, che non dovrebbe essere dimenticato né sottovalutato.

18 set 2017

Sicilia. La fabbrica del mito - Matteo Collura (Saggio - 2013)

"Esseri umani disperati che l'istinto di sopravvivenza nel tempo ha spinto a livelli di adattabilità altrove impensabili; maschere che di volta in volta assumono le sembianze di feroci mafiosi o, al contrario, di docili esseri umani dalle sagge parole e dall'ospitalità tanto generosa da apparire servile. Ed è in questa duttilissima adattabilità, in queste verosimiglianti maschere che si annida la mentalità mafiosa. Quel che si vuol dire, insomma, è che la mafia si può affrontare e persino vincere, mentre è assai più difficile liberarsi di quella che abbiamo definito mentalità mafiosa".

In bilico tra le notizie di cronaca e di mafia (una delle protagoniste del libro) e la storia e la bellezza di una terra estrema, in questo volume si cerca di raccontare i grandi miti che sono nati dalla fucina di paradossi che è, appunto, la Sicilia. Così il mito di Persefone (unico mito classico raccontato, inteso, però, come storia di una fuitina, che ricompare anche nel ricordo della storia d'amore tra Elio Vittorini e Rosa, sorella di Salvatore Quasimodo), la misteriosa morte di Vincenzo Bellini, la storia del bandito Giuliano, i racconti di morti (come, per esempio, quella di Ippolito Nievo), i sequestri mafiosi, la vicenda di Cagliostro o del satanista Crowley, la misteriosa fine di Ettore Majorana e le stravaganze del principe di Palagonia diventano nuove favole, amare, terribili, suadenti allo stesso tempo, ma pur sempre storie che si idealizzano e si vestono con i panni traslucidi del fantastico. 
Un libro colto, ricco di citazioni, ma anche di rimandi a fatti o relazioni che, apparentemente, possono sembrare distanti tra loro. A tratti una raccolta di storie di fiele, che della bellezza di alcuni miti lascia trapelare il disincanto dell'essere siciliano oggi. Leggende che, infatti, condizionano un'isola che continua a ritenersi l'ombelico del mondo.

Terra di contraddizioni e di eccessi, la Sicilia di Collura è, e non poteva essere altrimenti, personale e di memoria. Con lo stile di chi conosce la letteratura, specie quella siciliana, lo scrittore, in qualche modo, parla di sé. E si avverte, forte, la nostalgia verso la sua terra natia e di infanzia, nonostante tutto...

7 set 2017

Confessioni e anatemi - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1987)

"I soli avvenimenti notevoli di una vita sono le rotture. Sono anche quelle che svaniscono per ultime dalla nostra memoria".

"Voglia di ruggire, di sputare in faccia alla gente, di trascinarla per terra, di calpestarla... Mi sono esercitato alla decenza per umiliare la mia rabbia, e la mia rabbia si vendica appena può".

"Tutte le anomalie ci seducono, in primo luogo la Vita, anomalia per eccellenza".


L'ultimo libro pubblicato quando Cioran era in vita è un libro stanco, senza guizzi di originalità; un ultimo respiro sempre amaro e tragico. Ai margini dell'esistenza, ancora più vicino a posizioni orientali, scettico e disingannato di fronte agli istanti, al tempo, alle esasperazioni della quotidianità e dell'insonnia il filosofo ride della vita e ammicca alla morte. E in questa drammatica perplessità, si avverte la sua nefasta frattura con l'esistenza.
Aforismi che hanno in sé un che di chiaroveggente, nefasto, greve ma pur sempre prossimo al vero.

6 ago 2017

Il vaccino non è un'opinione - Roberto Burioni (Saggio - 2016)

"Ci vogliono anni di lavoro, esperimenti complicatissimi, studi in doppio cieco. Però alla fine di tutto, invece di vaghe e inutili falsità, come: "Nella mia esperienza l'epilessia è causata dalla vaccinazione", oppure: "Il bambino era sano e la vaccinazione l'ha rovinato", c'è una spiegazione, una verità scientifica, che illustra come i vaccini non causino in alcun modo l'epilessia. Insomma, è necessario un sacco di sudore, ma alla fine si ha un fatto e non un'opinione".

Per una congenita difficoltà a mettermi in gioco pubblicamente nelle diatribe di opinione e di attualità - mi piace "vivere nascosto" - di fronte all'avanzata della post-verità e alla forte deriva antiscientista che stiamo assistendo, provo a giocare un po' anch’io. 
Il libro del medico e virologo Burioni, nella sostanza, spiega molto semplicemente, contro la preoccupante massa di antivaccinisti e anche per chi ha voglia di conoscere, come i vaccini siano sicuri, siano efficaci, siano utili, rinforzino il nostro sistema immunitario, rendano la nostra comunità più forte, non causino l'autismo o altri gravi malattie e come non siano un complotto delle multinazionali del farmaco. Nel farlo, Burioni riporta dati statistici, grafici, fonti, ma usa similitudini spassose e un linguaggio davvero divulgativo, rendendo il saggio alla portata di tutti. Non mancano neanche una breve storia del vaccino, dalle prime osservazioni alle scoperte sul virus, e alcune storie di donne e di uomini che, per il bene degli altri, si sono messi in discussione e hanno avuto ragione. Donne e uomini che, applicando il metodo scientifico, sono riusciti a scongiurare malattie orribili, nonostante le ferocissime critiche di chi non riconosceva l'evidenza delle scoperte. Nei vari capitoli, purtroppo, si raccontano anche di bimbi che, a seguito delle errate convinzioni dei genitori antivaccinisti, hanno subito gravi danni e addirittura sono morti perché non vaccinati. Questo in sintesi il contenuto del libro.
Eppure, al di là delle evidenze scientifiche riportate, le parole di Burioni danno spunti di riflessione sul valore della scienza e sulla sua validità che dovrebbe trascendere le opinioni, politiche e non solo... Nello scontro tra fatti e opinioni, tra episteme e doxa, tra il saggio scientifico e il post su Internet, tra vaccinisti e antivaccinisti insomma, ci troviamo a mettere a confronto il metodo scientifico ortodosso contro l'oscurantismo, il complesso e non sempre suadente rigore scientifico contro il facile e affascinante pensiero magico. Nuove e pericolose mode antiscientifiche sostenute da altrettanto pericolosi individui che si definiscono nuovi stanno dilagando oggi, soprattutto grazie al web. Di fronte a fatti provati scientificamente, la verità è accettata come vera solo se corrisponde a emozioni e convinzioni personali. Non si effettuano alcune analisi sulla veridicità o meno dei fatti; si preferisce credere a chi non possiede legittima autorità piuttosto che allo specialista, al primo che dopo un semplice articolo frutto di incompetenza sostiene che la terra sia piatta anziché credere a chi dopo tanti anni di duri sforzi sostiene inconfutabilmente che la terra non lo sia. E allora le correlazioni tra causa ed effetto non sono coerenti, la logica non si mantiene su un piano consequenziale e si accettano i suggerimenti dei sesti sensi o dei vaneggiamenti di chi non crede nella scienza.
Non ci resta che studiare! L'unico modo per educarsi alla verità, oltre che alla bellezza. Ma studiare significa sofferenza, applicazione, metodo, sudore, ricerca; non significa accontentarsi della prima notizia che circola in rete, dell'opinione di qualcuno che non ha sofferto, che non ha sudato e si è sacrificato per anni nell'applicazione di un metodo, quello scientifico, tanto complesso quanto affascinante e carico di speranze. Non lasciamo dunque che la faciloneria diventi sinonimo di verità, che l'opinione oscurantista di un gruppo di inesperti possa essere messo alla stessa stregua delle prove degli esperti e della comunità scientifica. Siamo già lontani dalla verità, siamo già molto lenti nella nostra ricerca; non rallentiamo ancora il nostro percorso verso un senso. Il rischio è di un ritorno al medioevo e al rogo delle streghe. Sappiamo tutti come è andata a finire…

15 lug 2017

47 gradini al buio - Simone Lega (Romanzo - 2016)

"I morti erano dappertutto, adagiati nelle nicchie; i prelati della famiglia imbacuccati nell'abito talare erano stati legati in modo da tenerli in piedi contro il muro e con le mani giunte in preghiera. La fiamma delle fiaccole illuminava i volti accartocciati. Ogni nucleo familiare aveva il proprio corridoio. I più antichi si perdevano nelle profondità oscure dei cunicoli. A Riccardo pareva di vivere un sogno".

Due soldati che portano un vassoio di vivande e libagioni in una cripta profonda quarantasette gradini, il terrore dipinto sui loro visi e sulle loro movenze; così esordiscono le prime pagine del romanzo. Tutte le notti, a turno, i vari servitori della corte di Riccardo da Castroverde, da anni, sono obbligati a scendere nella cripta, a lasciare sull'altare piatti da banchetti e a subire le provocazioni del terrore. Un terrore che nasce sia per il mistero che si cela dietro il macabro rituale che pretende Riccardo, sia per le orribili leggende che si tramandano da sempre. La cripta infatti, che conserva i corpi defunti degli avi di Riccardo e da poco della bella e ancora giovane moglie Costanza (seppellita prima del funerale), sembra abitata da oscure e maligne presenze. Non è un caso che i due soldati sentiranno gelarsi le vene quando dalla cripta una voce conosciuta ma defunta chiama uno dei due...
Saputo della morte di Costanza, Vittoria, sua figlia, decide di rientrare da Pavia dove era stata tenuta in esilio da Riccardo, suo padre. Vittoria è una figura dolce, amata da tutti, amorevole persino con il padre; l'antitesi di Riccardo insomma, figura invece malvagia, pederasta, tiranna. Ma un'altra visita stravolge Castroverde, l'antica e cupa rocca del Ducato di Pavia: l'arrivo di uno strano monaco, un vecchio amico di famiglia, da tutti ritenuto un santo, di nome Armando. Il racconto allora, con un flashback, rivive il passato di Riccardo, di sua madre, di suo fratello e di suo cugino e, piano piano, le misteriose leggende sulla cripta iniziano a svelare i loro arcani: i morti nella cripta, dalla fondazione della rocca, da quando un santo l'aveva infettata con una maledizione, tutte le notti, banchettano e festeggiano l'arrivo dei nuovi defunti. Castroverde allora diventa la vera protagonista del romanzo. Luogo che in origine era insignificante, è preda di un maleficio che ha il volto di una maligna divinità distruttiva e delle sue fedelissime streghe, il Dio Stanco. E Armando è lì per annientare la maledizione... 
Il racconto prosegue poi, tra un'analessi e un'altra, marcando lo scontro tra Riccardo e Vittoria, emblemi del male e del bene, tra chi sente sulle spalle tutto il peso della malvagità e chi, invece, avverte un profondo senso di bontà pervaderle il corpo e lo spirito. Eppure, in verità, con lo sviluppo della storia, lo scontro tra gli opposti, tra il bene e il male non è così netto. Riccardo e tutti i suoi avi sono vittime del maleficio, sono solo dei burattini governati dalle mani invisibili di un destino più grande di loro, in cui tutto è già scritto e ogni cosa rimane immutabile. Non è un caso, infatti, che lo stesso Riccardo conservi momenti di bontà nei confronti della figlia (chiave di volta di tutto il racconto) e che la stessa Vittoria dimostri una vena di malignità sotto la pelle. Lo scontro se in un primo momento è feroce, via via che il confine tra bene e male si scioglie e gli estremi si mescolano, in seguito diventa assoluto solo tra le mani dei burattinai. Fino al finale in cui un sacrificio mette fine alla maledizione...
Il romanzo ha tutti gli stilemi del gotico: una cripta (la cui descrizione ricorda le catacombe dei cappuccini di Palermo), il medioevo di sottofondo, assassini senza scrupolo, misteri da svelare, la lotta tra il Male e il Bene, una rocca sperduta tra fitti boschi, scene di orge, di incesti, di stupri, di cannibalismo, di torture. Sade, Le Fanu, Lewis sono dietro l'angolo e non si sforzano di nascondersi troppo.
Una storia che si legge velocemente, nonostante l'intrigo delle vicende, anche grazie a uno stile che predilige periodi semplici e paratattici.

1 lug 2017

L'invenzione del piacere - Michel Onfray (Saggio - 2002)

"Contro la lettura classica della filosofia greca che favorisce l'asse ontologico di Parmenide, l'idealismo di Platone, il gusto stoico per l'autopunizione, l'alessandrinismo mistico di Plotino e l'odio contro se stessi tanto caro ai Padri della Chiesa, possiamo preferire un'altra linea di forza che presupponga invece: l'atomismo di Democrito, il relativismo soggettivo dei sofisti (anche loro da de-platonizzare), il Socrate restituito a se stesso, Diogene con la sua coorte cinica, Aristippo con i suoi Cirenaici e infine l'Epicureismo di Lucrezio. Un continente idealista della rinuncia e dell'ideale ascetico innervato dalla pulsione di morte; e un altro materialista, chiaramente alimentato da una pulsione di vita ludica ed entusiasta".

Possiamo considerare questo libro un'appendice alla storia della filosofia che Onfray sta riscrivendo. Una storia, come sappiamo, dedicata ai vinti, a tutti quei pensatori che la tradizione occidentale, fortemente cristiana, ha volutamente dimenticato. Questo volume è dedicato, infatti, alla figura di Aristippo di Cirene, un allievo di Socrate e padre spirituale di Epicuro, che del piacere e della sua ricerca ha fatto una categoria filosofica ed esistenziale. Aristippo dunque, il filosofo dell'esaltazione del corpo e del pericoloso piacere, che si contrappone alle filosofie platoneggianti che vedono la carne come maceria dello spirito e che esaltano il cilicio e la punizione fisica a tutto vantaggio di una fantomatica anima. Aristippo contro Platone, il mondo concreto e dei sensi contro il mondo delle idee e della mortificazione del corpo.
In verità, il libro, dopo una breve e spassosa (per stile e arguzia) presentazione, raccoglie i frammenti e le testimonianze che spaziano dalla biografia alla teoria critica di Aristippo e dei suoi seguaci, nel tentativo di far emergere dall'oblio uno degli innumerevoli filosofi che ancora oggi avrebbero qualcosa di illuminante da dire.

29 giu 2017

La prigioniera - Marcel Proust (Romanzo - 1923)

"Allora, sentendo che era nel pieno del sonno, che non avrei urtato contro scogli di coscienza ricoperti ora dall'alta marea del sonno profondo, deliberatamente salivo senza rumore sul letto, mi sdraiavo accanto a lei, le cingevo con un braccio la vita, posavo le labbra sulla sua guancia e sul suo cuore, poi su tutte le parti del suo corpo, la sola mano che mi era rimasta libera, anch'essa, come le perle, sollevata dalla respirazione della dormiente; io stesso venivo leggermente cullato da quel movimento regolare: mi ero imbarcato sul sonno di Albertine".

Il possesso che nasce dai tormenti della gelosia. Questo potrebbe essere il sottotitolo esplicativo del quinto capitolo della Recherche.
Direttamente collegato al capitolo precedente, a Parigi, di rientro da Balbec, il narratore insieme ad Albertine, inizia a vivere la quotidianità della convivenza; una convivenza non facile però. Parigi infatti, lentamente, gli appare come una nuova Balbec, un luogo dove le occasioni per mentire da parte di Albertine non sono difficili da trovare. Dopo aver espresso la sua volontà di sposarla, il protagonista sente crescere la morbosità della gelosia. Una morbosità, come sappiamo, che nasce già nel capitolo precedente ma che qui si fa esplosiva. 
Durante le assenze di lei, per esempio quando Albertine passeggia per le vie di Parigi, Marcel (è la prima volta che il narratore nomina il suo nome) inizia a fantasticare sui suoi possibili tradimenti o addirittura sul suo passato in una forma di gelosia retrospettiva. Ma che meraviglia le pagine in cui guarda Albertine addormentata, e non c’è altro spazio per la gelosia. Sono le pagine in cui la ragazza, tra le mille conosciute, mostra solo il suo corpo, solo la sua superficie, l'unica zona di luce che Marcel ama veramente. Albertine in quegl'istanti è completamente sua.
In questa cornice malata e possessiva, continuiamo a leggere il contrappunto della relazione omosessuale del barone di Charlus con Morel (coppia speculare a quella tra il narratore e Albertine). Incontrati durante le visite da madame de Guermantes, sono pagine in cui non mancano i pettegolezzi e gli atteggiamenti snobistici, o le discussioni sulle scarpe e gli abiti da sera... Ma la relazione tra il barone e il violinista, anch'essa malata, piena di continui sotterfugi, di gelosie e di calcoli, è solo una parentesi.
Il racconto, infatti, ritorna sulla decisione di Marcel di fare sorvegliare la ragazza dal suo autista e da Andrée, la sua amica (una delle fanciulle in fiore che non sempre è limpida nei suoi racconti). Via via cresce tra gli amanti una tensione spasmodica e incommensurabile. Non ci sono personaggi, non ci sono azioni come nei precedenti capitoli; ogni cosa, ogni gesto, è Albertine. È un'analisi continua di ricordi, di espressioni, di intonazioni e sfumature facciali. Il mondo esterno, gradualmente, sparisce. A eccezione della breve parentesi sulla morte dello scrittore Bergotte e della parte dedicata al ricevimento dei Verdurin, pochissime sono le vicende narrate. Durante la serata dai Verdurin, dove il geloso Marcel non è accompagnato da Albertine, Charlus e Morel vedranno conflagrare la loro relazione, già compromessa, anche a seguito dei pettegolezzi dell'autoritaria e gelosa padrona di casa. È anche la sera del Settimino di Vinteuil, che porterà il narratore a riflettere, seppur brevemente, sulla bellezza e sull'esperienza dell'arte quale salvezza dalla vanità del mondo, dell'amore e della morte. Se l'amore è egoismo, incomunicabilità, menzogna e tormento, l'arte, invece, permette di sventrare l'universo degli altri, di vedere il mondo con gli occhi dell'artista. Non è l'amore l'ancora di salvezza per l'uomo, ma l'arte, quell'incontro quasi mistico con la bellezza.
Ma sono riflessioni che scorrono velocemente. Dopo la serata dai Verdurin, infatti, Marcel, a casa, litiga furiosamente con Albertine di cui scopre tutte le menzogne ripetute. 
La loro rottura prima sembra definitiva, ma la notte si conclude con una pace tra i due amanti. Nelle pagine seguenti, nei giorni seguenti, nonostante tutto sia apparentemente normale, si avverte ancor di più la pesantezza della loro condizione: di prigionia per Albertine, di schiavitù per Marcel. Qui l'abisso che si è creato tra i due è incolmabile. Non si amano più, ogni azione è spenta, sebbene sia colma di sensi. Così il narratore lotta con tutte le sue contraddizioni, con tutte le molteplici e antitetiche volontà. Si abbandona allo sconforto, al desiderio di andare a Venezia e allo stesso tempo di non lasciare andare Albertine da casa sua. Ma lei, sempre più fredda, sempre più esausta, scappa dalla sua prigione dorata e il volume si chiude con Marcel che scopre la fuga.

È evidente che il capitolo richiami il primo. La storia d'amore tra Marcel e Albertine ricorda inevitabilmente quella tra Swann e Odette, in un gioco di specchi e di rimandi che dimostrano come ogni dettaglio ne rifletta un altro (non mancano nemmeno i ricordi dei baci della mamma e delle madelaine) e come sia solida l’architettura dell’intero romanzo. Un capitolo greve, da digerire gradualmente, che conferma l'estrema sensibilità della riflessione proustiana.

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