Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

28 mar 2016

L'ordine naturale delle cose - António Lobo Antunes (Romanzo - 1992)

"[...] e io, mentre sentivo un sassolino nella vescica e pensavo a Esposende e al mare e alla sabbia e all'erba che avevano bevuto il liquore del mio corpo accostato al tendone del cinema, che avevano bevuto il sangue di quello che si sa di avere solo nell'istante in cui si perde, io che, mentre pensavo a Esposende e ai pini e al vento e all'uomo che si alzava, si scuoteva gli aghi di pino, si accendeva la sigaretta, se ne andava via, decisi che tornando ad Alcântara sarei andata senza dire niente a nessuno, senza che nessuno se ne accorgesse, senza che nessuno lo sospettasse, a prendere il piccone in camera di mio fratello, a prendere il casco e la lampada e le corde, sarei uscita nel giardino sul retro dove il noce scampanacciava, e avrei cominciato a scavare in un'aiuola, fino a trecento metri di profondità, dove i vagoni stridevano sui binari, per volare sottoterra, in mezzo ai negri, vicino alle onde, per riacquistare di nuovo quello che un venerdì, trentasei anni prima, mi avevano rubato".

Straordinario romanzo polifonico in cui, nell'intrigo magistrale di inesorabili esistenze, ogni personaggio, spinto da desideri, sogni, amore e rabbia, definisce l'ordine della natura, delle leggi dell'universo. Leggiamo e viviamo le impressioni di un quarantanovenne che vive con una diciottenne diabetica in un misero appartamento di Lisbona insieme al padre e alla zia della ragazza. Sogna, ricorda, si avvicina alla lussureggiante carne della ragazza, respira la notte e le sue contraddizioni; le parla mentre dorme, si racconta malinconicamente. Abbiamo a che fare anche con un uomo che aiuta uno scrittore a cercare un fantasma, che vive vendendo per corrispondenza corsi di ipnotismo, mentre pensa a quando era un agente dei servizi segreti anticomunista. E nel farlo Lisbona diventa protagonista del suo racconto. Un altro uomo, invece, che ha sempre volato sottoterra, ritornato a Lisbona con la figlia avuta in Mozambico nel tentativo di lasciarsi alle spalle anni di agonizzante apatia. Una donna, la sorella dell’uomo rientrato dall’Africa (e quindi la zia della ragazza diabetica che vive con il cinquantenne), che ci svela la follia del fratello, e la sua preoccupazione per l’imminente morte a causa di un tumore ai reni. Leggiamo il racconto di un ufficiale rivoluzionario arrestato dalla polizia politica di Salazar, che sotto tortura rivive un passato lontano che freneticamente si interseca con le sue confessioni. Un’altra donna, poi, con un tumore al cervello che sopravvive di ricordi che risalgono all'infanzia. E Lisbona ancora, sullo sfondo, come un archè da cui tutto ha origine, sempre la stessa, immutabile, unica e immobile.
Sono racconti di vinti, di sconfitti, come lo siamo tutti del resto (basta solo accorgersene), ma in loro c'è un’inquieta rassegnazione. Sembra tutto ingarbugliarsi: il passato con il presente, le vite dei singoli protagonisti con gli altri, la fantasia con la verità, eppure, lentamente, tristemente, tutto si ricompone. E non è questa la vita in fondo? Una matassa di filo spinato che nel tempo si ingarbuglia e poi adagio si ricompone? Tutto scorre lentamente, inesorabilmente, e non c'è nulla che possa fermare questo dipanarsi lento del tempo e dell'universo. Non c'è soluzione al divenire; si ha l'impressione che tutto sia tragico, come è nella natura delle cose…
Il flusso di ricordi lontani, che si appallottolano ancora e ancora, che si affogano nei dettagli del tempo, ha un sapore nostalgico, andante. E poi, quando questi racconti così lontani tra loro, ad un certo punto, si intersecano, i diversi personaggi si incontrano, si osservano ed esplodono nella loro poesia malinconica, nella loro (e nostra) tristezza di esseri alla mercé delle leggi naturali dell’esistenza. E nella carnalità delle parole, delle splendide descrizioni che lo scrittore portoghese ci lascia, non possiamo far altro che respirare la complessità del nostro essere e della nostra piccolezza.
La lettura, ovviamente, è faticosa; non è per tutti. È come essere di fronte a migliaia di tasselli di un mosaico che messi insieme rappresentano un pianeta sospeso tra miliardi di stelle. Un virtuosismo strutturale dal sapore intellettuale, ma non solo di mero esercizio. Il virtuosismo, la complessità sono la struttura del romanzo, della sua poetica, della vita. Ogni cosa, e non poteva essere diverso, trabocca, però, di sentimenti e di emozioni. Un’oscillazione tra il barocchismo e il romanticismo dunque, che celebra la dolce inquietudine dell’esistenza.
Un romanzo di racconti postmoderno; immenso; superbo.

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