Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

15 lug 2017

47 gradini al buio - Simone Lega (Romanzo - 2016)

"I morti erano dappertutto, adagiati nelle nicchie; i prelati della famiglia imbacuccati nell'abito talare erano stati legati in modo da tenerli in piedi contro il muro e con le mani giunte in preghiera. La fiamma delle fiaccole illuminava i volti accartocciati. Ogni nucleo familiare aveva il proprio corridoio. I più antichi si perdevano nelle profondità oscure dei cunicoli. A Riccardo pareva di vivere un sogno".

Due soldati che portano un vassoio di vivande e libagioni in una cripta profonda quarantasette gradini, il terrore dipinto sui loro visi e sulle loro movenze; così esordiscono le prime pagine del romanzo. Tutte le notti, a turno, i vari servitori della corte di Riccardo da Castroverde, da anni, sono obbligati a scendere nella cripta, a lasciare sull'altare piatti da banchetti e a subire le provocazioni del terrore. Un terrore che nasce sia per il mistero che si cela dietro il macabro rituale che pretende Riccardo, sia per le orribili leggende che si tramandano da sempre. La cripta infatti, che conserva i corpi defunti degli avi di Riccardo e da poco della bella e ancora giovane moglie Costanza (seppellita prima del funerale), sembra abitata da oscure e maligne presenze. Non è un caso che i due soldati sentiranno gelarsi le vene quando dalla cripta una voce conosciuta ma defunta chiama uno dei due...
Saputo della morte di Costanza, Vittoria, sua figlia, decide di rientrare da Pavia dove era stata tenuta in esilio da Riccardo, suo padre. Vittoria è una figura dolce, amata da tutti, amorevole persino con il padre; l'antitesi di Riccardo insomma, figura invece malvagia, pederasta, tiranna. Ma un'altra visita stravolge Castroverde, l'antica e cupa rocca del Ducato di Pavia: l'arrivo di uno strano monaco, un vecchio amico di famiglia, da tutti ritenuto un santo, di nome Armando. Il racconto allora, con un flashback, rivive il passato di Riccardo, di sua madre, di suo fratello e di suo cugino e, piano piano, le misteriose leggende sulla cripta iniziano a svelare i loro arcani: i morti nella cripta, dalla fondazione della rocca, da quando un santo l'aveva infettata con una maledizione, tutte le notti, banchettano e festeggiano l'arrivo dei nuovi defunti. Castroverde allora diventa la vera protagonista del romanzo. Luogo che in origine era insignificante, è preda di un maleficio che ha il volto di una maligna divinità distruttiva e delle sue fedelissime streghe, il Dio Stanco. E Armando è lì per annientare la maledizione... 
Il racconto prosegue poi, tra un'analessi e un'altra, marcando lo scontro tra Riccardo e Vittoria, emblemi del male e del bene, tra chi sente sulle spalle tutto il peso della malvagità e chi, invece, avverte un profondo senso di bontà pervaderle il corpo e lo spirito. Eppure, in verità, con lo sviluppo della storia, lo scontro tra gli opposti, tra il bene e il male non è così netto. Riccardo e tutti i suoi avi sono vittime del maleficio, sono solo dei burattini governati dalle mani invisibili di un destino più grande di loro, in cui tutto è già scritto e ogni cosa rimane immutabile. Non è un caso, infatti, che lo stesso Riccardo conservi momenti di bontà nei confronti della figlia (chiave di volta di tutto il racconto) e che la stessa Vittoria dimostri una vena di malignità sotto la pelle. Lo scontro se in un primo momento è feroce, via via che il confine tra bene e male si scioglie e gli estremi si mescolano, in seguito diventa assoluto solo tra le mani dei burattinai. Fino al finale in cui un sacrificio mette fine alla maledizione...
Il romanzo ha tutti gli stilemi del gotico: una cripta (la cui descrizione ricorda le catacombe dei cappuccini di Palermo), il medioevo di sottofondo, assassini senza scrupolo, misteri da svelare, la lotta tra il Male e il Bene, una rocca sperduta tra fitti boschi, scene di orge, di incesti, di stupri, di cannibalismo, di torture. Sade, Le Fanu, Lewis sono dietro l'angolo e non si sforzano di nascondersi troppo.
Una storia che si legge velocemente, nonostante l'intrigo delle vicende, anche grazie a uno stile che predilige periodi semplici e paratattici.

01 lug 2017

L'invenzione del piacere - Michel Onfray (Saggio - 2002)

"Contro la lettura classica della filosofia greca che favorisce l'asse ontologico di Parmenide, l'idealismo di Platone, il gusto stoico per l'autopunizione, l'alessandrinismo mistico di Plotino e l'odio contro se stessi tanto caro ai Padri della Chiesa, possiamo preferire un'altra linea di forza che presupponga invece: l'atomismo di Democrito, il relativismo soggettivo dei sofisti (anche loro da de-platonizzare), il Socrate restituito a se stesso, Diogene con la sua coorte cinica, Aristippo con i suoi Cirenaici e infine l'Epicureismo di Lucrezio. Un continente idealista della rinuncia e dell'ideale ascetico innervato dalla pulsione di morte; e un altro materialista, chiaramente alimentato da una pulsione di vita ludica ed entusiasta".

Possiamo considerare questo libro un'appendice alla storia della filosofia che Onfray sta riscrivendo. Una storia, come sappiamo, dedicata ai vinti, a tutti quei pensatori che la tradizione occidentale, fortemente cristiana, ha volutamente dimenticato. Questo volume è dedicato, infatti, alla figura di Aristippo di Cirene, un allievo di Socrate e padre spirituale di Epicuro, che del piacere e della sua ricerca ha fatto una categoria filosofica ed esistenziale. Aristippo dunque, il filosofo dell'esaltazione del corpo e del pericoloso piacere, che si contrappone alle filosofie platoneggianti che vedono la carne come maceria dello spirito e che esaltano il cilicio e la punizione fisica a tutto vantaggio di una fantomatica anima. Aristippo contro Platone, il mondo concreto e dei sensi contro il mondo delle idee e della mortificazione del corpo.
In verità, il libro, dopo una breve e spassosa (per stile e arguzia) presentazione, raccoglie i frammenti e le testimonianze che spaziano dalla biografia alla teoria critica di Aristippo e dei suoi seguaci, nel tentativo di far emergere dall'oblio uno degli innumerevoli filosofi che ancora oggi avrebbero qualcosa di illuminante da dire.

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